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Nota su "La bambina della masseria Rutiglia"

In questo breve romanzo intitolato "La bambina della masseria Rutiglia", pubblicato col patrocinio morale del Circolo di lettura "Anna Gnesa", ho riportato alcuni racconti che ho scritto prendendo spunto da episodi e situazioni riferitemi da mia madre e riguardanti la sua infanzia e la sua famiglia di origine. Non si tratta, dunque, di un libretto biografico. 

Nata nella frazione di San Gennariello del comune di Pollena Trocchia, mia madre[1] ha vissuto la propria infanzia nella masseria Rutiglia[2] e, come tutti i suoi coetanei, ha sperimentato gli orrori della Seconda guerra mondiale: nella mia famiglia quando si toccava questo argomento, i suoi ricordi andavano sia al-l’esplosione di una motonave ancorata nel porto di Napoli, che al rastrellamento e alle sommarie esecuzioni eseguite dai tedeschi come rappresaglia.
L’esplosione della motonave da carico “Caterina Costa” avvenne il 28 marzo del 1943: a bordo c’erano sia militari italiani che tedeschi ed erano state imbarcate anche 900 tonnellate di munizioni, carri armati e cannoni a lunga gittata. La motonave doveva far parte di un convoglio diretto a Biserta, in Tunisia, ma a bordo si verificò un incendio[3] che non si riuscì a domare: verso le ore 17.39 le fiamme causarono una devastante esplosione uccidendo 549 persone; un centinaio, invece, furono i dispersi e circa tremila i feriti[4]. Secondo una versione ufficiosa i morti furono circa 600. L’esplosione fu così violenta da allarmare anche gli abitanti dei comuni di Cercola e Pollena Trocchia. An-che mio padre ha spesso parlato della tragedia per aver udito, mentre da chierichetto partecipava alla via Crucis col proprio parroco, lo scoppio e per aver sentito diverse testimonianze sulla strage dei militari imbarcati sulla motonave.
La drammatica rappresaglia eseguita il 29 settembre del 1943 dalle truppe tedesche, fu invece la violenta “risposta” ad alcune azioni partigiane: sia a Ponticelli (quartiere periferico della città di Napoli) che in diverse strade del comune di Cercola, i soldati germanici catturarono mol-ti passanti fucilandoli sul posto. In molti casi entrarono anche nelle abitazioni per arrestare a trascinare all’esterno giovani che non avevano alcun legame con i partigiani, per poi ucciderli sulla strada. Tra queste vittime ci furono anche i fratelli Carmine e Giovanni Maione[5] che furono catturati in casa mentre si accingevano a pranzare: portati in strada furono uccisi a colpi di mitra alle spalle. Quando il padre dei due giovani seppe della tragica uccisione dei propri figli si procurò un carretto e con questo trasportò le salme al cimitero. Ancora fino a qualche anno fa mio padre, che all’epoca aveva circa tredici anni, si ricordava di quest’uomo che tirava il carretto con i cadaveri dei figli. Anche il mio nonno materno dovette nascondersi per evitare di essere catturato e ucciso dai tedeschi.
Un altro episodio che ha segnato l’infanzia dei miei genitori è stata la tragedia ferroviaria verificatasi nella stazione della Circumvesuviana di Cercola[6] il 21 dicembre del 1941. Secondo la testimo-nianza di mio padre in quel disastro ferroviario perse la vita anche una sua cugina.
Da mia madre non solo ho ascoltato modi di dire, espressioni e proverbi tipici della saggezza popolare e che lei, col proprio stile di vita, aveva fatto propri, ma quando ero bambino mi raccontava tante favole, ascoltate a sua volta dalla madre, dove spesso i protagonisti erano una volpe ed un lupo: racconti semplici e carichi di valori legati all’onestà, alla fede in Dio, al senso del dovere, ai legami familiari e alla solidarietà soprattutto ver-so le persone più bisognose. Non mi ha mai raccontato, però, la “Leggenda della statua tutta d’oro di san Martino al Carcavone[7] perché si tratta di un racconto che ho scritto - prendendo spunto da una semplice notizia che Ambrogino Carac-ciolo ha riportato in un suo libretto[8] - grazie soprattutto alla fantasia che ho ereditato da mia madre. 


[1] Carmela Tranchese in Silvano (Pollena Trocchia 1932 – 2007).
[2] La masseria Rutiglia rientra nel territorio del comune di Cercola e confina con il comune di Pollena Trocchia.
[3] Ancora oggi non si conosce l’esatta dinamica dello sviluppo dell’incendio ovvero se si trattò di un evento doloso o accidentale.
[4] La tragedia fu, in particolare, riportata da Roberto Ciuni, giornalista de “Il Mattino”.
[5] Vedi Giorgio Mancini, “La taverna della Cerqua. Viaggio lungo quattro secoli nella storia di Cercola”, Il Quartiere edizioni 2011, p. 435.
[6] Vedi Giorgio Mancinicit., p. 176.
[7] Ho già avuto modo di pubblicare questa leggenda nel breve romanzo intitolato “L’onda azzurra. Viaggio nel mondo di Crio”, Edizioni del noce 2014.
[8] Vedi Ambrogino Caracciolo, “Sull’origine del villaggio di Trocchia a proposito di un marmo esistente nella sua chiesa parrocchiale”, ristampa a cura della Pro loco “Gaetano Donizetti” 1998, pp. 25-26. Presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele” di Napoli è conservato una copia originale del libretto che ho avuto modo di consultare nei primi anni Novanta. Il Caracciolo riferisce che alcuni contadini sostenevano la presenza di una statua d’oro massiccia in una chiesetta dedicata a san Martino sul monte Somma.

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