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Mesolcina e Calanca. Quando le donne correvano il rischio di essere accusate di stregoneria

Il cardinale Carlo Borromeo e la caccia

alle streghe nella valle della Mesolcina

e val Calanca*

Il tema dell’Autorità nella Chiesa cattolica si presenta particolarmente delicato quando si toccano questioni legate all’Inquisizione e alla cosiddetta “caccia alle streghe”, dove, ad un primo acchito, sembrano cocenti e inappellabili le responsabilità che non pochi ecclesiastici hanno avuto in merito a processi subiti da uomini e donne condannati poi al rogo. E trattare dei processi per stregoneria significa anche parlare di una figura emblematica della Chiesa cattolica: san Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano.
Al card. Borromeo sono state mosse non poche accuse in merito alle sue presunte responsabilità nei processi, svoltisi nel 1583, per stregoneria nelle valli della Mesolcina[1] e della Calanca. Su questa delicata questione interviene Luca a Marca[2] con l’intervista che segue.
 
Può descrivermi la situazione sociale e religiosa della valle della Mesolcina ai tempi del card. Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano?
La Valle, e qui comprendo anche la parallela e confluente val Calanca, che da tre decenni (1549) si era sbarazzata dalla dominazione feudale e trivulziana, era libera sì, ma si trovava sotto l’influsso di immigrati riformati provenienti dal nord e da ovest, ed anche di numerosi religiosi “apostati” fuggiti dai conventi italiani. Viveva dunque in una sorta di statuto libero e al contempo di “terra di nessuno”, invasa da fuggiaschi, e di conseguenza la gente comune, illetterata, subiva l’influsso disordinato di esempi contrastanti, in prevalenza negativi. La confessione prevalente era quella cattolica, ma con molti esempi d’immoralità proveniente, in parte, da fuori, soprattutto tramite il clero corrotto. Ciò favoriva il diffondersi della propaganda protestante anti-romana discesa dal nord e da vari predicanti lombardi[3].
 
…e sotto il profilo economico?
La Valle era povera, di struttura quasi unicamente rurale, fatta di tanti indigenti e poche famiglie agiate, con qualche supplementare provento derivante dal transito merci sud-nord, ma anche soggetta a dazi e balzelli. Fortunatamente non c’era ancora la paura della peste, che già imperversava più a sud.

Nelle sue relazioni al Vaticano, il card. Borromeo come descrive la Mesolcina?
Nel suo primo rapporto, quello del 15 novembre 1583, il card. Borromeo dà una valutazione abbastanza positiva del popolo che è ancora cattolico, devoto e fiducioso, ma ignorante e disorientato dal cattivo esempio dei notabili e di una parte del clero divenuto eretico e di condotta riprovevole. In seguito, nel suo rapporto del 9 dicembre 1583, inviato da Bellinzona al card. Paleotti, e in cui definisce il popolo “universalmente catholico e ben inclinato”, il card. Borromeo tocca tre punti: l’incuria delle strutture ecclesiastiche, la dissolutezza del clero in parte eretico e la presenza della stregoneria. Nella “relatione sumaria” si parla dell’eresia calvinista che ha colpito di più l’alta Valle, confinante col nord, del concubinato dei preti, dell’avarizia e pratica dell’usura fra la gente, dei matrimoni irregolari, cioè per parentela proibita o per divorzio, e dei libri eretici da eliminare.

Ma la visita pastorale che l’Arcivescovo di Milano compì nel 1583 era dettata solo da motivazioni pastorali?
In sostanza sì. Le due motivazioni principali, infatti, erano la ricostituzione di una comunità veramente cattolica, moralmente sana, e la creazione di un collegio di padri Gesuiti a Roveredo.
 
Durante l’episcopato del card. Borromeo quanti processi per stregoneria furono celebrati e quante le condanne eseguite?
In base a quanto trovato e solo per quanto concerne la Val Mesolcina-Calanca, rispondo citando il prof. Rinaldo Boldini, il quale scrive che, al di fuori della Mesolcina, in nessuna relazione di visite pastorali compiute dal card. Borromeo si indicano processi di stregoneria da lui organizzati o, quantomeno, promossi[4].
Il famoso giureconsulto mantovano Borsatto, fattosi gesuita, fu inviato in Valle dal card. Borromeo un mese prima della Visita pastorale e su esplicita richiesta dei maggiorenti vallerani. Il Borsatto individuò e processò più di cento persone sospette di stregoneria, tra cui il prevosto della Collegiata. Quaranta di queste furono “comprovate”, ovvero riconosciute come colpevoli di stregoneria; ma molte di loro, pubblicamente, si “pentirono” e “convertirono” e così furono graziate.
Lo storico Paolo d’Alessandri, poi, in una pubblicazione del 1909, scrive che le condanne si ridussero ad una dozzina. Spettava comunque al braccio secolare, cioè ai giudici laici vallerani, il diritto di pronunciare una sentenza di morte, di eseguirla o di graziare il condannato. Il diritto del Grigione, infatti, non permetteva la condanna a morte se oltre alle prove di colpevolezza non ci fosse stata anche l’ammissione - ma senza pentimento - dell’imputato. Nella relazione del 9 dicembre 1583 si dà notizia di sette donne finite sul rogo in quei giorni.

Tecnicamente come si svolgeva un processo per stregoneria?
Gli individui sospetti, su denuncia di almeno tre persone o di un’altra già giudicata come strega o stregone, venivano imprigionati e condotti davanti all’inquisitore e ad altre persone per l’interrogatorio, prima liberamente, poi con la tortura del “collegio di corda”[5]. Il processo poteva durare parecchi giorni e si concludeva con la sentenza emessa dal braccio secolare, cioè dai “30 uomini del tribunale di valle”. La sentenza veniva letta in pubblico ma senza il nome delle altre persone coinvolte.
Diverse erano le pene che si potevano infliggere, come il bando dalla valle e la confisca dei beni, la decapitazione e susseguente rogo, o addiritura il supplizio del fuoco; ovviamente erano previste anche la grazia e il perdono, a condizione che ci fosse il pentimento e il desiderio di conversione, cioè l’abiurazione.

Lei, che ha avuto modo di studiare anche le carte processuali, che concezione si è fatto della cosiddetta “strega”?
Chi fa intervenire per magia forze estranee malefiche, avvalendosi di una presunta alleanza col diavolo, con le potenze del male, in antitesi alla religione riconosciuta; quindi con valenza eretica.
 
Dott. a Marca, riguardo ai processi per stregoneria, possiamo provare a tracciare i confini dell’autorità esercitata dal card. Borromeo?
L’Arcivescovo Borromeo aveva autorità apostolica dal Papa, come suo “visitatore, riformatore, delegato generale e speciale in tutte e singole autorità e facoltà”, per operare, al di fuori dell’Arcidiocesi milanese, anche nelle diocesi di Basilea, Coira, Como, Costanza, Losanna e Sion. Inoltre le autorità civili mesolcinesi nel settembre 1583 chiesero a lui il sollecito invio in valle Mesolcina “di un inquisitore a processare per conto di Streghe” e il card. Borromeo, come ho detto prima, inviò il giureconsulto Borsatto. Quest’ultimo il 9 ottobre del 1583 ricevette dalle autorità politiche distrettuali, cioè Centena di Lostallo, i pieni poteri di intervento.

In merito a questi processi, come si può definire il comportamento del card. Borromeo?
Carlo Borromeo non fu mai un “cacciatore di streghe”. Rientrava nel suo compito generale, però, quello di risanare le condizioni religiose e morali e di purgare la valle “quasi tutta infetta” di streghe. In una sua relazione, e questo va sottolineato, si legge: “Molte si son ricevute misericordiosamente a penitenza colla abiurazione anche pubblica (rinuncia alla fede eretica, ndr), alcuni dati alla corte secolare come impenitenti, con pubblica executione della Justitia[6].
 
E come si possono definire le sue responsabilità?
Inteso il modo con cui egli le assunse, posso valutarle così: quale arcivescovo e delegato pontificio in quel contesto storico doveva tener conto anche delle aspettative della società civile che gli chiedeva una linea chiara verso chi propagava l’eresia, nelle forme razionali ma anche in quelle superstiziose e malefiche della stregoneria.

In conclusione, e alla luce dei processi svoltisi in Mesolcina, Lei che idea si è fatto della figura e dell’opera del card. Borromeo?
E’ stato uno strenuo difensore della Chiesa cattolica romana e promotore della Controriforma tridentina, e anche per questo fu innalzato agli onori degli altari. Ciò non significa che fosse senza difetti e senza macchia, in quanto accondiscese, seppure a malincuore, alle procedure in uso allora, che facevano regolarmente capo, purtroppo, alla tortura e spesso anche alla pena di morte.
 



* dal libro di Carlo SILVANO, "Autorità e responsabilità nella Chiesa cattolica", Edizioni del noce 2006, pp. 105-111.

[1] La valle della Mesolcina fa parte del Cantone svizzero dei Grigioni ed è attraversata dal fiume Moesa. Per la sua posizione geografica unisce due mondi culturali: latino e germanico. Inoltre, come tante aree di confine, ha sperimentato anche degli attriti, specie religiosi come quelli legati alla Riforma, che inevitabilmente si verificano nel corso dei secoli. Attualmente la Mesolcina rientra nei confini della diocesi di Coira ma, al tempo del card. Carlo Borromeo, era sottoposta alla giurisdizione dell’arcidiocesi di Milano.

[2] Luca a Marca (Mesocco 1930), è coniugato e ha sette figli. Ha svolto la professione di medico ed è presidente del Consiglio di Fondazione Archivio a Marca di Mesocco, che rappresenta il maggior archivio privato a pubblica disposizione nel cantone dei Grigioni. E’, inoltre, proprietario dell’omonimo palazzo (fatto costruire a Mesocco nel 1565 dal suo antenato diretto il colonnello Giovanni a Marca) che nel novembre del 1583 servì ad ospitare il card. Borromeo intento a visitare la valle della Mesolcina.
[3] Nella “Relazione” del card. Borromeo, datata 15 novembre 1583 e inviata a Roma, si menzionano gli eretici Giovanni Antonio Viscardi, detto “Trontano”, Giovanni Beccaria, detto “Canessa”, e Lodovico Besozzo.
[4] Rinaldo Boldini, “Preparazione svolgimento e risultati della visita di san Carlo Borromeo al Moesano”, in “Quarto centenario della visita di san Carlo Borromeo nel Moesano, 1583-1983”, pubblicazione commemorativa, stampa Tipografia Mesolcinese, Roveredo (Grigioni - Svizzera), 1983, p. 17.

[5] Questo tipo di tortura prevedeva il sollevamento del corpo a mezz’aria con corda legata ai polsi dietro la schiena, e lasciata giù se prometteva di confessare. Se necessario l’operazione si ripeteva con l’aggiunta di un contrappeso di sasso, prima piccolo e poi, eventualmente, grande, legato ai piedi.
[6]Relazione” del 9 dicembre 1583.

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